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Genitorialità

Essere genitore, è una scelta che va fatta consapevolmente in un momento in cui la nostra persona è sufficientemente in equilibrio e con una buona autostima di base, non si può pensare di diventare genitori senza cambiare il nostro modo di vedere il mondo e la concezione che abbiamo nel rapportarci ad esso.

Durante gli anni nel mio lavoro con il pubblico i miei clienti venendo nel mio negozio hanno sempre rimproverato, come causa di malessere futuro, l’assenza o la freddezza delle figure genitoriali di riferimento. Il diventare genitori spesso ci pone in relazione con i nostri e il fatto di “non voglio essere come mio/mia padre/madre” finisce per diventare invece qualcosa che caratterizza i nostri comportamenti. Si tende a riproporre schemi acquisiti rimanendo incastrati ad un’idea di genitorialità che spesso non ci rappresenta ma che altrettanto spesso non riusciamo a scardinare dalla nostra impostazione.

La tendenza che abbiamo a ricoprire un ruolo preciso indossando una maschera precisa è in questo contesto che spesso si genera una frattura tra quello che vorremmo rappresentare e quello che effettivamente siamo in grado di rappresentare, solo perdonando nel profondo i nostri genitori e sviluppando un atteggiamento positivo nei loro confronti e non di giudizio saremo in grado di “risolvere” tutti quei conflitti interiori che ci hanno provocato nel corso degli anni.

Spesso mi capita di sentire quanto in età adulta non si siano risolti conflitti che partono proprio dalla nostra “prima palestra di vita” la famiglia. Una mamma assente, giudicante, “fredda”, collerica, stressata per il lavoro genera molti più conflitti e problematiche all’interno delle persone rispetto a quelle che nonostante le difficoltà economiche cercano di rendere la vita del figlio migliore rispetto alle loro reali possibilità.

Nel corso degli anni ho notato meno rabbia nei miei clienti per chi aveva madri in condizioni economiche precarie ma non negavano il loro supporto morale ai figli rispetto a quelle che tendono a “comprare” l’affetto dei figli per giustificarne l’assenza. Viviamo in un’epoca in cui è difficile poter permettersi di non lavorare ma il messaggio che veicoliamo ai nostri figli è quello che fa la differenza per la costruzione della loro personalità. I genitori devono essere affidabili non perfetti. Quando mio figlio cade si gira per vedere se sono li, se sono lì a consolarlo nel caso succeda ancora, non vuole che gli tolga l’ostacolo o che gli renda la “vita più semplice” vuole solo che io gli faccia sentire che ci sono, che se cade lo aiuto a rialzarsi per poi tornare a giocare.

Gli ostacoli e le delusioni fanno parte della vita il nostro modo di insegnare loro ad affrontarle con atteggiamento ottimistico è la chiave per formare adulti felici, non di successo ma felici, anche se a mio modesto parare le cose sono correlate. Anni fa lessi un libro di Terzani “Insegnate ai figli ad essere gentili non furbi”, la capacità di empatizzare con il prossimo credo che sia una delle chiavi per essere futuri buoni adulti. Insegnare ai figli a immedesimarsi nelle altre storie nelle storie dei loro coetanei cercando così di capire il prossimo, ridurrebbe sicuramente l’alienazione provocata da questa era “social” che se da un lato permette a tutti di essere connessi, dall’altro esaspera i toni, accentua le differenze e fa si che la maschera che tendiamo sempre a portare si esasperi ancora di più nelle forme e negli atteggiamenti. Insegnare ad empatizzare vuol dire anche ridurre l’attitudine ad aggrapparsi a pregiudizi e stereotipi, l’empatia e la curiosità verso il prossimo aprono finestre di dialogo e di confronto che posizioni chiuse e rigide non ci permettono di avere.

Questo bisogno costante di mostrarsi, di farsi vedere, di esporsi, di accentuare i toni delle discussioni in realtà non provoca connessione tra le persone ma le allontana ancora di più dal loro essere più profondo e reale. Spesso assisto a veri e propri drammi adolescenziali legati alla mancanza di considerazione “social”, in realtà credo che nascano da un bisogno più profondo, la considerazione familiare. L’adolescenza è quel periodo in cui ci si oppone alle figure genitoriali per formare la propria persona, l’opposizione è giusta il risultato sarà l’indipendenza di quell’adolescente poi adulto; lo scontro deve essere comunque di carattere positivo, l’adolescente deve sapere che comunque i genitori lo amano anche se attraverserà differenti fasi della formazione della propria persona. Il colmare un vuoto generato dall’assenza degli affetti tramite i social invece genera ancora più solitudine e isolamento, genera ancora più infelicità. In realtà ci si paragona a dei modelli distorti volutamente presentati “perfetti”, modelli studiati per marketing che promuovono uno stile di vita lussuoso, ambizioso e in cui tutto si può comprare; questo è nocivo per due motivi:

– la scala di valori appresa a livello familiare e scolastico che molto spesso si discosta da quella proposta;

– obbiettivi (che nel caso specifico moderno sono persone/influencer) spesso irraggiungibili perché “studiati a tavolino” da terzi, che in quanto tali al non compimento reale di quello che l’adulto o l’adolescente si è prefissato di raggiungere provoca smarrimento, frustrazione, rabbia e va a minare ancora di più l’autostima del soggetto, che rivendendosi in questi modelli di riferimento così distorti al non raggiungimento dello scopo sprofonderà in forti crisi interiori.

È importante, soprattutto in questo periodo, far capire che il mondo patinato non è la realtà, o per lo meno non per tutti, far capire che la felicità non si raggiunge non avendo mai delusioni o cadute, neanche guadagnando cifre spropositate (vedi le vincite importanti o lavori particolarmente remunerativi) , la felicità si raggiunge tramite un atteggiamento ottimistico della vita e questo atteggiamento si impara dalla famiglia e dalla giusta socializzazione scolastica del bambino. Prima di partorire leggevo lunghi articoli sulla genitorialità, un atteggiamento che è sempre stato innato nella crescita del bambino adesso ha dovuto avere articoli di riferimento a riguardo, mi riferisco al “cosleeping”, il bimbo nel letto dei genitori. Abitudine da sempre diffusa e da sempre insita nella crescita, eppure nella nostra società moderna che vuole tutti gli individui autonomi da subito si è persa, in realtà dormire con il neonato, ovvero condividere il sonno, ne favorisce lo sviluppo che imparerà prima ad essere indipendente.

Il piccolo dell’uomo nasce immaturo, dovranno trascorrere molti anni prima che divenga adulto, soprattutto quando è più piccolo è estremamente vulnerabile ai pericoli ambientali. Nei millenni della storia dell’umanità solo i piccoli che efficacemente si tennero vicini alla madre sopravvissero ai pericoli dell’ambiente: ai predatori, al freddo, alla fame, all’essere dispersi dal gruppo. Si è formata così una capacità di promuovere la propria sopravvivenza attraverso strategie di comportamento che ciascun neonato riceve in dotazione dalla natura stessa: “il sistema di attaccamento determinato”.

Rispondendo al bisogno di attaccamento del bambino in maniera costante, coerente e sensibile, il bambino con il tempo si rassicura e finisce per sapere che la mamma c’è, anche se non c’è, ed è pronta ad accorrere in caso di bisogno. Per lo stesso motivo, più al bambino sarà permesso di dormire accanto alla madre quando lo richiede tanto più in seguito sarà capace di stare da solo. Purtroppo viviamo in una società e in un momento storico particolare in cui tutto deve rispettare tempi, modi e in cui vi è una forte spersonalizzazione di tutte quelle attività che fino a qualche tempo addietro rappresentavano la struttura della crescita individuale per poi diventare adulti realizzati, non solo in senso economico ma in senso psicologico.

Noto con il mio lavoro che la sostituzione dei valori tradizionali, (non mi riferisco alla famiglia, quella può essere omogenitoriale, eterosessuale, monogenitoriale.. ecc ecc), non ha portato alla felicità generale della massa, ma alla ricerca costante di qualcosa che colmasse quel vuoto dato dall’assenza di valori e di legami solidi che hanno sempre caratterizzato il nostro sviluppo. Tantissimi miei clienti lamentano di questo, anche chi ha posizioni stimate o di rilievo socio-economico, in realtà i soldi, la macchina, i vestiti, la carriera, il telefono e il profilo social, non colmano quel vuoto più profondo che le persone con grosse mancanze affettive hanno provato.

Perché allora ci ostiamo a perpetuare modelli tanto lontani da noi, dal nostro volere e dal nostro io più profondo? Perché se siamo persone sensibili e altruiste ci mascheriamo e fingiamo di essere egoisti e aridi? Perché per vivere socialmente ed essere riconosciuti come componenti sociali attivi, deve passare il fatto che siamo immuni dalle emozioni, dobbiamo mascherarci e fingere di essere quello che non siamo? Fino a che verrà insegnato ad essere forti e non giusti, essere furbi e non gentili, per arrivare (chissà poi dove) saremo noi stessi gli artifici di generazioni di persone infelici, tristi e sole. Da “curare” è il modo che trasmettiamo di vedere la vita in riflesso alle nostre mancanze. Noto lavorando quanto si sia perso il dialogo e quanto le persone ricerchino qualcuno di cui potersi fidare e con cui abbassare la guardia e la “maschera”, quanto in realtà proprio la perdita di valori e la conseguente perdita di sicurezza che una volta il modello “duro e patriarcale” della famiglia imponeva in realtà abbia generato smarrimento in tanti soggetti, in qualche modo non avere quella sicurezza rigida alla quale rivolgersi ha fatto sì che si generasse un vuoto, spesso colmato in modo materialistico e superficiale.

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Un saluto

Elisa & Alexander

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